pubblicato in data 29 Mar 2019

Dopo l’immane successo di “Patria”, vincitore del Premio Strega europeo edizione 2018, Fernando Aramburu si conferma un grande interprete della narrativa iberica con l’ultima sua fatica letteraria “Anni lenti” (Guanda).

Anni ’60, dove tutto è lento sotto la dittatura franchista e lo scontro fra Spagna e indipendentismo basco si fa terrorismo e si fa ETA.

I temi di “Patria” si ritrovano in questo romanzo in modo più assopito, meno virulento. La “questione” umana è sviluppata con uno stile morbido, color pastello, lasciando l’Autore nelle retrovie le lotte politiche e le azioni e reazioni di guerriglia, accennandole soffusamente come un barlume di luce profusa da una vecchia abat-jour di prima della guerra civile.

L’artifizio artistico rotea intorno al dialogo fra la voce narrante e lo stesso Aramburu è aiutato a costruire una nuova storia che ha come baricentro il candore rurale di un ragazzino introiettato in una dimensione dell’anima che ne cambierà alla lunga lo spirito, ma non per molto. Lo Scrittore è molto attento a che le passioni, i rancori e gli odi politici e le divisioni partitiche non prendano il sopravvento sui personaggi, i cui mutamenti non sono mai così marcati, mai così dirompenti, rimanendo ognuno di loro sempre se stesso, introspettivamente inalterato dalle prime battute al crepuscolo della storia.

La delicatezza è la cifra narrativa di “Anni lenti” che racconta una Umanità che non si fa “metarmofosizzare” da alcuna vicenda della vita: la sgradevolezza non è mai tale e, alla fine dei conti, nulla inficerà l’intima bontà dell’uomo. Al rancore e alla turpitudine non è permesso di penetrare troppo nelle donne e negli uomini che fuoriescono dalle pagine, e anche i profili delle personalità più vistosamente negativi in realtà sono guardati con occhi bonari e sornioni: Maripuy si avvicina a quei contorni di suocera delineati da Goldoni e, prima, da Plauto e Terenzio; la “leggerezza” di sua figlia Mari Nieves è vista con comprensione e suo padre – marito di Maripuy – , zio Vincente, nel suo succube silenzio, che tutto appare accettare e di tutto disinteressarsi, mostra una inaspettata nobiltà d’animo; il piccolo narratore possiede i lineamenti di un eroe, un eroe di tutti i giorni, come i grossolani, rozzi e maleodoranti Chacho e Julen, nascosti possessori di un coraggio salvifico. Nessuno è cattivo, nessuno malvagio, tutti tratteggiati con un lieve tocco chiaro-scuro di matita.

Con Zafon Aramburu condivide, contrastandola, la Spagna di Franco prediligendo, però, appoggiare sullo sfondo torture e tirannide, volendo, invece, incidere sulla carta in modo tridimensionale l’interiorità di esseri autenticamente umani, dai cui volti traspare una luce che gli eventi non potranno in alcun modo oscurare.

Fabrizio Giulimondi