pubblicato in data 18 Giu 2020

Lo scrittore bolognese Alessandro Bruni presenta “We Were Grunge”, un romanzo intimo ma anche un’opera di non fiction che rievoca i tempi della musica grunge in quel di Seattle, quando gruppi come Nirvana, Soundgarden, Alice in Chains e Pearl Jam hanno rimescolato le certezze e le coscienze dei ragazzi degli anni novanta. È anche la storia di un uomo, aspirante scrittore, che cerca sé stesso attraverso un pellegrinaggio tra i boschi della Via degli Dei, con la sola compagnia dei fantasmi dei soccombenti e dell’ingombrante figura di chi è rimasto, con il quale intrattiene un emozionante dialogo interiore.

Titolo: We Were Grunge
Autore: Alessandro Bruni
Genere: Narrativa contemporanea
Casa Editrice: Persiani Editore
Collana: Narrativa
Pagine: 120
Prezzo: 14,90 €
Codice ISBN: 978-88-858-04-746

«La mia foto a vent’anni, non è tanto diversa dalla tua Eddie e nemmeno tanto diversa da quella di Christopher, il Supertramp. Siamo abbronzati di spazi aperti, abbiamo occhi spiritati, disordinati negli impulsi, desiderosi di essere liberi, non controllati e fedeli solo a ogni nostro desiderio e alla nostra vera, singola e unica natura. Siamo arruffati e capelloni, talvolta sporchi, sempre affamati di tutto. Pronti a stravolgerci, più incoscienti che coraggiosi, incapaci di guardare oltre il limite dei nostri anni. Vale forse per tutti. Ci tuffiamo nella promiscuità di ogni percezione sensoriale e di ogni pensiero o emozione che ne consegue. Credo sia giusto o inevitabile così, eppure come vorrei riuscire a tornare vicino a un ragazzo che si è perso, per portarlo in salvo, anche contro la sua apparente volontà […]».

Il romanzo We Were Grunge di Alessandro Bruni ha un sottotitolo che presenta in parte la trama di quest’opera a metà tra il saggio e l’auto-fiction: In cammino con Chris Cornell, Kurt Cobain, Layne Staley e Eddie Vedder. E sono infatti quattro le sezioni in cui è diviso il libro, relative ai quattro musicisti che sono stati i protagonisti indiscussi della scena grunge di Seattle negli anni novanta. Ma oltre al racconto lucido e profondamente partecipato della storia in pillole di questi tormentati artisti, l’opera si focalizza anche sulla vicenda di un uomo che decide di chiudere temporaneamente i ponti con la sua vita, per partire per un viaggio a piedi tra i boschi dell’Appennino Tosco-Emiliano e scrivere un romanzo che da tempo girovagava nella sua testa. Sarà un cammino faticoso dal punto di vista mentale e fisico, una sorta di pellegrinaggio pagano che porta omaggio a divinità malridotte e terrene, tre delle quali già ascese al Paradiso altrettanto pagano della Musica. In certi passaggi questo cammino diventa una via crucis, le cui stazioni sono rappresentate dalle canzoni che risuonano nella testa del protagonista, a memento di uomini che hanno trasformato in arte la loro sofferenza interiore, che si sono immolati sull’altare della condivisione esponendo le proprie ferite sanguinanti e donandosi completamente, anima e corpo, anche quando era rimasto ben poco da offrire. E non è un caso che la dedica in apertura del romanzo reciti: “Per quelli che soccombono e quelli che restano”, a rimarcare l’intento dell’autore di raccontare della sottile linea che separa l’attitudine a resistere o a soccombere alla vita. Eddie è sopravvissuto al vortice distruttivo del grunge e alla caduta nella dannazione dei suoi colleghi; ancora oggi attivo nella scena musicale, è il punto di arrivo del viaggio del protagonista, l’unico con il quale può avere un confronto concreto, esplicitato nel dialogo “epistolare” che intrattiene con lui per tutto il libro, una conversazione spesso turbolenta, specchio dell’inquietudine che lo avvolge. Chris, Kurt e Layne rappresentano invece i fantasmi di un’epoca che non tornerà più, che l’autore rievoca uno dopo l’altro in una sorta di straniante seduta spiritica. Chris con il suo suicidio che è stato rimandato a lungo ma che è sempre esistito in potenza: “il seme dell’autoannientamento è germogliato in una terra remota della psiche, del passato”; Kurt che come uno spettro impertinente segue il protagonista nel suo peregrinare tra i boschi, nel suo osservare gli alberi: “nell’intreccio delle ramificazioni ho intuito il gioco della grazia e dell’istinto selvaggio, entrambi presenti in natura” – così com’erano presenti anche in Cobain; Layne che era un morto vivente molto prima della sua morte, ma che è stato forse l’interprete più raffinato e allo stesso tempo più disperato del male esistenziale: “Kurt è bruciato in una folgore che ha avvampato una notte; Layne è marcito poco per volta, al ritmo lento di una nenia meravigliosa, capace di cullare i peggiori sogni tossici, le dannate astinenze, ogni fallimentare tentativo di risalita verso la superficie”.