pubblicato in data 05 Ott 2026

Quello della ‘crisi di vocazione’ è una vera e propria spina nel fianco della Madre Chiesa. Sono ormai anni, decenni, che si parla di un problema che abbraccia tanto l’universo maschile quanto quello femminile. Gli edifici religiosi, un tempo pieni di sacerdoti e monache, oggi appaiono vuoti nella loro quasi totalità; per non parlare dei seminari, altrettanto imponenti come strutture ma con un silenzio assordante al loro interno.

Senza andare oltre il Grande Raccordo Anulare, si calcola che nel Pontificio Seminario Romano Maggiore ci siano solamente 31 seminaristi appartenenti alla Diocesi di Roma su 55 in totale (fonte: seminarioromano.it). Numeri che se da un lato spaventano, dall’altro dovrebbero anche far pensare poiché non si tratta, come detto all’inizio, di un problema di ‘oggi’.

Secondo quanto riportato da don Luigi Ricceri sul sito notedipastoralegiovanile.it, “l’Unione dei Superiori Generali ha voluto studiare e fare studiare seriamente il fenomeno nei vari suoi aspetti su un piano mondiale. Riferisco molto sinteticamente alcuni risultati che interessano anche noi. La crisi risulta più forte nei Paesi nei quali – sino ad un recente passato – le strutture ecclesiastiche erano forti e più o meno statiche: si è fatto un passo avanti troppo rapido, a cui la mentalità non era preparata. In molti Paesi la situazione viene complicata da fattori sociali, economici o politici. Si constata che le defezioni sono più rare là dove la vita è più aspra e difficile”. Ancora: “Un fatto constatato comunemente è una fede più che diminuita: tutto è messo in discussione, il contenuto della fede, i dogmi, la Chiesa, l’autorità, l’ubbidienza, gli impegni solenni: si mette in questione il valore fondamentale della vocazione; si demitizza la vita religiosa dando grande valore al matrimonio «sacramento» ignorando Concilio, Magistero…”.

Sono queste delle righe da cui possiamo trarre spunto per qualche riflessione. Oggi, viviamo in una società dove il consumismo è diventato particolarmente invadente, dove la logica dell’usa e getta ha assunto una posizione di forza nella nostra mente che va a condizionare pensieri e stili di vita. Tutto appare futile perché, così si pensa erroneamente, quel che vediamo sembra essere a portata di mano. È chiaro che dietro questo modello malato c’è un benessere ancora tangibile nella vita di tutti noi, malgrado le innumerevoli argomentazioni inerenti alla Crisi in tutte le sue sfaccettature.

E forse uno dei principali problemi risiede proprio qui. Senza ammantarci di ipocrisia, un tempo quando la penisola italica oltre a essere ancora un’espressione geografica formata da Stati e Staterelli, aveva un tasso di analfabetismo elevatissimo, continuato per decenni anche dopo l’Unità d’Italia, il percorso sacerdotale e/o del monachesimo, rappresentava per molti la sola soluzione per sfuggire all’ignoranza e alla miseria. Una vita dove tanto la mente quanto lo stomaco potevano trovare nutrimento vita natural durante.

Per carità, sicuramente la Chiamata è stata la motivazione che ha spinto molti uomini e donne a diventare “umili lavoratori nella Vigna del Signore”, come disse Papa Benedetto XVI appena divenuto Successore di Pietro; per altri e altre probabilmente si è fatta strada nel cuore e nella mente col tempo ma, diciamolo senza vergogna, per tanti non è stata la spinta principale.

E anche oggi, se analizziamo la realtà geografica, possiamo vedere che religiosi e religiose vengono fortemente da quelle realtà universalmente riconosciute come in “via di sviluppo”: pensiamo ai Paesi africani, piuttosto che a quelli del Sudamerica o di certe aree asiatiche. Di contro, nei Paesi cosiddetti “sviluppati” (a cominciare dall’Italia) questa “Chiamata” purtroppo è sempre meno sentita per non dire scomparsa.

E, riprendendo la domanda del titolo, se c’entrasse il benessere? Se veramente le nostre pance piene, il consumismo, la frenesia e tutto ciò che fa parte del nostro tempo ci avessero reso sordi in tal senso? Per non parlare di determinati “modelli” di cui il web è pieno che spingono a pensare come la Fede sia un elemento ormai superfluo, una storiella a cui non credere più nel 2026 quasi 2027 e addirittura dannosa.

Chi scrive, ovviamente, non possiede la soluzione a tale problema ma certo non è un caso che proprio nei Paesi in cui il benessere è maggiormente radicato le vocazioni abbiano subìto e continuino a subire una crisi.

Sicuramente la Chiesa in secoli e secoli di Storia ha vissuto momenti di difficoltà anche peggiori dell’attuale: corruzioni, lotte di potere, minacce di distruzione, scandali ecc. Forse, nel nostro presente, l’unica possibilità che abbiamo per ripartire e provare a sollevare questa curva volta al ribasso è ricordare le Parole del Vangelo: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”. Ovviamente, come recita il proverbio “aiutati che Dio ti aiuta”, c’è però bisogno di riscoprire sé stessi, di credere veramente in un certo stile di vita e di dare l’esempio al prossimo con i propri comportamenti senza attendere la manna dal cielo.

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