pubblicato in data 17 Feb 2022

Sono un assiduo ascoltatore della radio e mi piace spaziare dalla musica ad argomenti leggeri ma anche estremamente gravi.

In questo caso, il tema in questione è la disabilità. Su un’emittente locale romana mi è capitato di sentire la voce di due papà a distanza di un giorno, l’uno dall’altro. Uno di questi è Fabrizio Bracconeri, l’attore venuto alla ribalta con la mitica serie “I ragazzi della 3^ C” e poi con il programma televisivo “Forum”.

I due genitori hanno affrontato un argomento spinoso ma che tocca un numero enorme di famiglie che, purtroppo, non sentono il supporto delle Istituzioni se non in determinati e troppo brevi casi.

Ciò che è emerso da queste ospitate è il dramma di chi si trova, giorno dopo giorno, ad assistere un figlio o una figlia con una disabilità psichica che lo/la rende incapace di intendere e di volere, di autogestirsi e di relazionarsi col mondo senza aiuti esterni.

Il problema principale è l’assistenza: entrambi i padri hanno evidenziato quanto sia drammatico stare appresso ad un figlio/a disabile (a livello mentale) poiché tale disturbo “succhia” talmente tante energie fisiche e psichiche da ricorrere, per forza di cose, ad aiuti esterni.

E qui subentra la seconda questione: questi aiuti esistono? E in che misura? Purtroppo, la risposta è negativa su tutti i fronti. Le famiglie di ragazzi disabili vengono abbandonate e non esistono, in larga scala, centri che “coprano” l’intero territorio nazionale atti ad accogliere queste persone.

Anche sul piano economico le cose non migliorano. Questi disabili percepiscono una pensione ridicola che non permetterebbe loro di fare nulla se non fosse per il supporto, sempre monetario, che la famiglia (se può permetterselo) dà ai bisogni del figlio o della figlia in questione.

Ecco, allora, che la domanda che suona come comun denominatore è la seguente: “E dopo di noi?” Purtroppo, non esiste genitore che non si ponga tale quesito, anche perché, molto spesso questi “operatori” (ammesso e non concesso di riuscire ad averli come aiuto), non sono persone formate a dovere ma gente improvvisata che, per sbarcare il lunario, si adatta a ricoprire un ruolo estremamente delicato e che richiederebbe un atteggiamento mentale che non tutti hanno.

Il disturbo causato dallo “spettro autistico” porta questi ragazzi ad avere un comportamento perennemente infantile; naturalmente anche in questo caso ci sono degli stadi e non tutti gli autistici sono uguali. In linea di massima, però, il comportamento adottato da queste persone vede l’impossibilità di comprendere la realtà circostante attraverso parametri “maturi” e proporzionati all’età anagrafica.

Ecco che anche fisicamente la gestione del proprio figlio o figlia diventa sempre più drammatica: il tempo può essere tanto galantuomo quanto tiranno ed in questo caso il secondo ruolo ha la meglio sul primo.

Ci sono poi famiglie che, per vergogna, dolore e/o assuefazione, tendono a vedere la realtà non per quella che è ma per come loro vorrebbero che fosse. Da qui una tendenza a presentare il disturbo come un problema col quale, tutto sommato, poter convivere. Forse, il primo slancio verso un approccio corretto con la disabilità, potrà esserci cambiando prospettiva e trattando il disabile per quello che è. In Italia siamo abituati a pensare, troppo spesso, che sia sufficiente cambiare nome alle cose o alle situazioni per mitigare o risolvere il problema. È un aspetto dell’ipocrisia che poi degenera in atteggiamenti vergognosi come rubare il posto auto ai portatori di handicap, occupare gli scivoli sui marciapiedi, non mettere pedane mobili o scivoli nei condomini e via dicendo. Il concetto del “siamo tutti uguali” in realtà porta a non tenere conto dei veri problemi che quotidianamente affliggono chi li vive.

Iniziamo proprio da qui, dal cambiare atteggiamento verso i disabili con comportamenti volti al rispetto vero verso queste persone senza minimizzare o ingigantire il problema e forse riusciremo a poterci definire Civili con la C maiuscola.

Stefano Boeris