pubblicato in data 26 Ott 2020

La scrittrice e artista AN15 presenta “Underdog”, un romanzo duro e realista che va dalla fine degli anni Ottanta al Duemila, con il fulcro nei disorientanti anni Novanta. È un’amara e sincera riflessione su cosa significhi davvero essere perdenti – o meglio, se alla fine abbia senso parlare di perdenti e di vincitori – e sull’eventualità che la selezione della specie, dove i deboli devono auto sopprimersi per lasciare spazio ai più forti, non sia troppo ingiusta, spesso “innaturale”, forse un semplice errore di valutazione.

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Underdog di AN15 è un romanzo lirico e ruvido allo stesso tempo; è una riflessione profonda sull’essere umano, sul suo modo a volte distruttivo e a volte conciliante di stare al mondo. La storia di Hansel e degli amici che le gravitano attorno offre un punto di vista sull’uomo in quanto animale sociale, sull’adattamento alla vita che non sempre fa rima con la sopravvivenza, sulle tante sfumature che i nostri occhi scorgono quando osservano la realtà. Con un’ironia amara e a volte cinica, con la concretezza di un animo realista che non disdegna però un tocco di poesia, l’autrice narra una vicenda che potrebbe essere quella di tanti figli degli anni Ottanta, condita con quel pizzico di pepe che cerca di trascendere il racconto di una banale quotidianità. Nell’intensa introduzione “La mia guerra n.1” si mettono le carte in tavola: «Sono il non adatto. Sono il non inserito. Sono il non riuscito»; allo stesso tempo con originalità si esprime il proprio manifesto programmatico: «Vivrò per la contro evoluzione» e si presenta la protagonista Hansel. A partire dall’infanzia segnata dal collegio estivo dove «Hansel impara a distinguere con vividezza uno stato particolare, sentendosi inadeguata, in difetto», passando poi per la sua adolescenza nell’hinterland milanese, si fa una carrellata della squadra dei ribelli che l’accompagnerà, chi per poco tempo chi per molto di più, lungo il cammino della vita. Alternando sentimenti di estraneità e di amarezza, provando un forte quanto incomprensibile senso di colpa primigenio che la schiaccia a terra, Hansel si muove sulla pericolosa strada a senso unico dell’esistenza sbagliando svolte, impantanandosi in ingorghi, superando il limite di velocità, schiantandosi anche. I creativi “ragazzi dello zoo di Brera” comprendono presto che non è la loro strada, non l’arte sia chiaro, ma la scatola in cui è costretta. Hansel va a lavorare in fabbrica, nonostante il suo spirito rivoluzionario; ormai ha preso dimestichezza con la non-speranza e comincia a dubitare dell’onestà della sua guerra personale. Ma chi nasce tondo non muore quadrato. C’è nel personaggio di Hansel un’urgenza, un’attitudine al viaggio, alla scoperta, così come al dolore e alla malinconia, che la rende materia sempre viva. L’autrice la plasma, la rende sempre più umana, sempre più tridimensionale. Con uno stile ritmato e musicale – perché la musica è sempre presente e perché le stesse parole sono sonore e arrivano forti alle orecchie del lettore – l’autrice ci accompagna nella storia e ci fa immergere completamente, dandoci la sensazione di non volerne più uscire. La poesia delle frasi che vengono lasciate sull’ultima panchina in fondo alla stazione diventano ponti immaginari che legano gli avvenimenti, che danno loro senso e sostanza. Il principe dei reietti diventa grande comunicatore, il negativo si carica di negativo e non è affatto un male, e il dolore assume un significato profondo, catartico: «Per loro, guardare bene in faccia la sofferenza, il disagio e i fallimenti è l’unica cosa che sembra restituirgli una certa dignità, la propria fortitudine; forse è la forza della disperazione». E La musica, quella degli anni Ottanta e Novanta, diventa parte della catarsi, ricordando a tutti i lettori la propria gioventù e quei momenti particolari in cui, dopo un concerto, ci si sente per un attimo parte del tutto, completi, uniti. Underdog è un duro viaggio nel radicalismo e nei compromessi, nella ribellione e nell’omologazione, nella resistenza e nella lenta accettazione che può diventare, a volte, rassegnazione.

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